Prof. Orlando Sculli
Lettura di un territorio
Tutte le comunità, anche quelle i cui abitanti non hanno una forte identità, hanno una storia, non conosciuta e apparentemente non documentata perché non hanno avuto la fortuna, di essere state ”raccontate“ o “indagate” da qualcuno; infatti istorìa in greco classico significa indagine.
È il caso di Ferruzzano e quando qualcuno ha cercato di eseguire un racconto storico, l’ha condotto basandosi sul nulla o sulle falsità inventate per apparire interessante.
Leggendo il territorio di Ferruzzano ci si accorge però che ci sono tracce su di esso di una certa entità, che documentano l’opera di popoli che vi hanno risieduto.
Innanzi tutto bisogna evidenziare cosa significa lettura di un territorio e spiegare come si fa ad eseguirla.
Infatti essa si effettua annotando e poi studiando i manufatti presenti, cercando di capire in quale periodo storico sono stati realizzati.
Addirittura si legge il suolo in superficie andando alla ricerca di frammenti di selce, di ossidiana, di levigatori e di frammenti di ceramica mal cotta per il paleolitico ed il neolitico, mentre di frammenti di ceramica in genere per i periodi storici successivi.

In riferimento alla preistoria, un sito abitato nel neolitico fu quello della contrada Juderio (villaggio degli ebrei), contrada evidenziata da una cartina del 700 assieme al Passo del Giudeo con il Vallone del Giudeo, lungo il quale si articola la contrada Santissimo, luogo dove forse sorgeva la sinagoga.
In contrada Juderio una decina di anni addietro Robert Winter, docente all’epoca di Disegno Artistico nella Lenoir-Rhine University College del North Carolina (USA) assieme a Gigi Saccà di Palizzi, ora defunto, collaboratore all’epoca del dott. Sebastiano Stranges di Palizzi, archeologo onorario, e allo scrivente, scelse di indagare la parte attigua al santuario della Madonna della Catena aprendo una piccola trincea, e vi trovò tre scaglie d’ossidiana grigia e frammenti di ceramica mal cotta del neolitico, frammenti di embrici greci e romani e di ceramica invetriata medievale a strisce gialle ed azzurre.
Fu visitata, non lontano dal vallone del Giudeo, precisamente in contrada S. Crimi, una strana roccia ospitante una grotticella con la volta occupata interamente da due ali graffite, mentre alla base sono presenti tre piccole buche.
Essa fu visitata agli inizi degli anni duemila dalla nipote del prof. Domenico Minuto, ricercatrice all’università di Torino che giudicò che si potrebbe trattare di un sito del neolitico, anche per via della presenza di qualche buca per una palificazione.
La stessa interpretazione la diede il dott. Paolo Piernerli che collaborava con l’Istituto Internazionale di Restauro Palazzo Spinelli di Firenze che definì le buche, di amplificazione, e ciò indicava che il posto fosse adibito ad oracolo; a venti metri di distanza su un’altra roccia, tramite buche, è ricavato un orologio solare.
Secondo l’archeologo onorario Sebastiano Stranges di Palizzi la grotticella rappresenta un putridarium ossia un luogo che veniva sigillato con il cadavere di un defunto che si consumava perdendo i liquidi del corpo per prima cosa; secondo il suo punto di vista era stato rinchiuso il corpo di una santa monaca di un monastero vicino.
La formazione rocciosa ricade in contrada San Crimi, San Clemente in italiano, mentre in contrada Prati, nella proprietà Violi sorgeva un monastero femminile non lontano da uno maschile che una cartina del 700 riportava appartenente a S. Nicola; ancora in località San Crimi esiste un palmento che reca impressa una croce, francescana, secondo il giudizio del prof. Domenico Minuto di Reggio Calabria.
Winter assieme a Gigi Saccà si recò sulla collina dove sorge Ferruzzano Superiore, ora abbandonato, e nella parte occidentale vi ravvisò buche per la palificazione che indicavano la presenza di un villaggio nel neolitico, mentre in quella orientale due rampe di scale, scavate nella roccia, con l’alzata di 30 cm per ogni scalino, della stesso periodo; in contrada Jofri attigua al paese fu rinvenuto addirittura un chopper ( pietra durissima con margine tagliente, da cui venivano staccate delle scaglie taglienti a loro volta attraverso i colpi inferti tramite un percussore costituito da un’altra pietra durissima) che denuncia la presenza dell’uomo nel paleolitico.
In contrada S. Pietro è presente un dolmen, accanto ad una roccia piatta di circa 40 metri quadri, dove si leggono le buche dentro cui venivano inserite dei pali che servivano per una capanna; dei canalini sono evidenti attorno al tracciato stesso.
Embrici ellenici e Manufatto romano
In riferimento ancora a resti interessanti di manufatti, non molto distante dal mare, in contrada Arie Murate dentro la più ampia Foresta S. Leone, si ergevano dei muretti in opus caementicium, di periodo romano del IV secolo d.C., secondo la dott. essa Andronico, della Sovrintendenza Archeologica della Calabria, ora in pensione, e secondo il parere di Daniele Castrizio prof. dell’università di Messina.
I muretti che delimitavano alcuni vani, furono distrutti dall’opera di una ruspa, ma poi fortunatamente alcuni furono accantonati sui bordi di un campo, mentre ancora si legge il tracciato di un edificio che si estende per alcune centinaia di metri quadri; rappresentano forse i resti di una statio romana (luogo di sosta per i corrieri lungo una strada importante).
A circa tre km dalla costa, per tutto il territorio, si sviluppava un complesso reticolo di strade selciate, che si innestavano su un asse centrale che costituiva una via di lunga percorrenza che si indirizzava a nord verso Bianco, mentre a sud verso Bruzzano Vetere e poi proseguiva verso Staiti e Palizzi.
Prima di penetrare nel comune di Bruzzano la strada fu scavata nella roccia, in contrada Schiavone, per circa 150 metri e le misure che la riguardano in ampiezza fanno pensare ad una strada romana o potrebbe trattarsi anche del dromo locrese interno.
Ai margini di tale via, in vista della Rocca Armenia o degli Armeni, una decina di anni addietro, in seguito ad un incendio devastante, furono evidenziate in abbondanza frammenti di embrici greci e di dolia ed il sito fu visitato dal dott. Giacomo Oliva della Sovrintendenza Archeologica della Calabria, che lo identificò per un insediamento ellenico.
In quest’area da un palmento interrato e scavato a colpi di zappa da un agricoltore che ha impiantato una vigna, è emersa una testina bronzea di quattro cm di diametro, che la dott. essa Margherita Milanesio, ex archeologa, ora insegnante nella Locride, e il prof. Daniele Castrizio, numismatico dell’Università di Messina, hanno giudicato di periodo ellenistico.
Croci bizantine e armene impresse sui palmenti
Attorno alla strada scavata nella roccia sono presenti numerosi palmenti rupestri e su di uno è impressa una croce potenziata bizantina, ma ovunque, attorno al reticolo di strade, fino a 60 anni addietro, selciate, sopravvivono numerosi palmenti ed essi sorgono vicino sempre a strade, che sembrano delimitare aree agricole centuriate, che potrebbero riferirsi a centuriazioni del periodo bizantino, quando in Calabria i
soldati erano addetti alle operazioni militari in tempo di guerra, a quelle agricole in tempo di pace, ma potevano produrre vino per l’esercito imperiale di Costantinopoli; in tutto il territorio di Ferruzzano i palmenti censiti sono circa 160 e su alcuni di essi sono impresse croci bizantine potenziate, addirittura in due casi croci giustinianee, croci armene e croci latine.
Un altro manufatto interessante è costituito da una torre su posizione arretrata, rispetto alla costa, in contrada Bonciardo, a ridosso di un’antica strada selciata che costituisce la continuazione di quella di lunga percorrenza, che a sud s’indirizzava verso Bruzzano Vetere o Rocca Armenia o degli Armeni; a tre Km circa è visibile Capo Bruzzano, l’antico promontorio dello Zefirio.
Nella parte occidentale del territorio, in contrada Santa Maria in vista della Rocca Armenia, si erge pericolosamente, a due metri da uno strapiombo, una chiesetta a navata unica, a forma vagamente di pagoda, visitata negli anni 80 del Novecento dalla prof. essa Francesca Paolino, ex docente alla Mediterranea di Reggio Calabria, che la indicò d’origine siriaco-armena, in quanto di simili si riscontravano in quel periodo tra le comunità armene della Siria, a ridosso del confine turco.
Un altro manufatto strano è costituito da una costruzione all’apparenza rurale, orientato verso est e con la parte a tre absidi indicata su una parete rocciosa da una muratura in rilievo, che di recente è crollata; esiste però la documentazione fotografica.
Addirittura nella facciata, una piccola parte della muratura fu edificata a lisca di pesce; fu un caso o l’esecuzione di quel tratto di muratura è stata voluto?
Ricordiamo a tale proposito che tale piccolo rilievo può ricordare Gesù Cristo; pesce in greco, ìxtus rappresenta l’acronimo di Gesù Cristo di Dio Figlio, Salvatore.
Secondo il professore Domenico Minuto di Reggio Calabria, si tratterebbe di un piccolo asceterio bizantino e quando seppe che lì vicino si articola contrada Valentino, ha proposto l’ipotesi che tale manufatto fosse dedicato a S. Valentino, dal momento che l’orientamento della chiesa, avvalora tale ipotesi.
A poca distante dal centro abbandonato di Ferruzzano Superiore, dentro il bosco di Rudina si sviluppa la contrada Zaccaria, che corrisponderebbe a S. Zaccaria in quanto tutte le località dove sorgevano dei luoghi di culto di origine bizantina, i nomi dei santi sono riferiti senza essere preceduti dall’aggettivo santo; capita la stessa cosa a Gerace per contrada Varvàra (Barbara), anziché Santa Barbara.
Verso ponente, in direzione della strada per Samo, si estende la contrada Sant’Anarghji, ossia i Santi Anargiri Cosma e Damiano; in tale località esisteva una chiesetta detta Delle Streghe, perché era appartenuta a delle monache ortodosse, che si dedicavano alla medicina e che fu distrutta una ottantina d’anni addietro per recuperare mattoni; riferiva tale notizia il defunto Domenico Palumbo in quanto la chiesetta era vicina ad una sua vigna.
All’incrocio dei comuni di Bruzzano, Ferruzzano e Sant’Agata, ricordato da testi religiosi del 500, esisteva un convento, forse di Sant’Apollinare, come ricorda la vicina contrada Pulinari, nel comune di Ferruzzano e proprio in questa zona si ergono imponenti i ruderi di una vasta costruzione utilizzata nel passato dai pastori al servizio della famiglia Talia di Motticella per ricovero delle loro consistenti mandrie di capre e chiamata pertanto “crapariziu”.

Il luogo dove era ubicato l’abitato di Ferruzzano sorgeva alle spalle di Capo Bruzzano, l’antico promontorio dello Zefirio, ma nonostante l’estrema vicinanza ad esso, non emergono segni di coinvolgimento alle vicende storiche legate allo Zefirio stesso.
Infatti l’ateniese Teocle, nel 735 a.C. guidò in Sicilia una spedizione di calcidesi dell’Eubea, di megaresi e di dori, alla ricerca di territori da colonizzare.
I megaresi fondarono Megara Hyblea, i calcidesi Naxos, mentre i dori, discriminati cercarono di ritornare nella madrepatria, ma arrivati al promontorio dello Zefirio (odierno Capo Bruzzano), si fermarono e fondarono una colonia. (1)
Qualche anno dopo, Archia di Corinto guidò una spedizione in Sicilia di coloni corinzi e arrivato allo Zefirio sottomise i dori da cui si fece guidare verso la Sicilia dove fondò Siracusa.
Alla fine dell’VIII sec. a.C. o all’inizio del VII, coloni greci proveniente dalla Locride Ozolia o Opunzia fondarono presso il promontorio dello Zefirio (attuale Capo Bruzzano) una città che chiamarono Locri Epizefiri, che dopo quattro anni spostarono nell’attuale piana di Locri, come afferma Strabone. (2)
Lo spostamento avvenne a danno delle deboli comunità sicule con cui i Locresi avevano siglato in nome degli dei, un patto spergiuro ossia che non mantennero. (3)
A ridosso dello Zefirio non esiste nessun indizio della presenza greca, tranne un abaco di un tempio greco del periodo della prima presenza locrese, mentre in contrada Carruso, nel comune di Ferruzzano, in un mini saggio di scavo, non lontano da un palmento agli inizi del 2000, condotto dall’archeologo dott. Federico Barello dell’Università di Torino, emersero frammenti di embrici greci, un frammento di ceramica dipinta corinzia e, importantissimo, il puntone di una MGS.
Altri indizi della presenza greca nel comune di Ferruzzano, costituiti da frammenti di pitos ed embrici, sono presenti in contrada Santa Domenica, come già accennato, su cui il dott. Giacomo Oliva stilò una relazione agli inizi degli anni 2000, invitando il comune di Ferruzzano a desistere dall’idea di bitumare la strada forse romana scavata nella roccia.
Invece un indizio importante sul primo insediamento non lontano dallo Zefirio si ebbe negli anni ottanta del 900, quando il consorzio di bonifica individuò e distrusse nei pressi del vecchio campo sportivo di Brancaleone, il tracciato di un tempio arcaico (un operaio del consorzio di bonifica di quel periodo, Fortunato Fazzari di Ferruzzano, conserva un concio, dotato di triglifi e di una metope).
Addirittura in contrada Marinella di Bruzzano, il defunto Domenico Antonio Sicari, scavando un pozzo negli anni 70 del 900, a tre metri di profondità incontrò un muro, costituito da blocchi di pietra, non legati tra loro da calce.
La presenza romana invece è evidenziata dal già citato tracciato di un grande manufatto ad opus caementicium, collocabile cronologicamente nel quarto secolo d.C., periodo in cui dalla Calabria ionica reggina partivano forti quantitativi di vino di buona qualità per tutto il Mediterraneo.
Sicuramente nel periodo bizantino fu notevole l’attività connessa al vino in quanto su almeno sei palmenti sono impresse croci potenziate bizantine appunto ed alcune croci armene, mentre la presenza degli armeni è attestata ancora dalla su citata chiesetta siriaca armena; ricordiamo che parte dell’Armenia faceva parte dell’impero bizantino e che i migliori combattenti di Bisanzio erano gli armeni, che fra l’altro espressero degli imperatori, tra cui Eraclio.
Ancora una croce potenziata bizantina è impressa su una roccia ai margini orientale del borgo abbandonato ed un’altra in contrada San Pietro non lontana da un muro superstite di un piccolo luogo di culto dedicato a San Pietro appunto.
Incursioni arabe e i tre Bruzzano
Non abbiamo notizie di abitati, tranne che per Bruzzano attaccato e probabilmente distrutto da Abu-Ahmad-Gafar nel 925 d.C. (4); esso sorgeva in contrada Santa Domenica nel comune di Ferruzzano e parte dei ruderi di case e di un monastero, negli anni 90 del Novecento furono spazzate da una ruspa, per ricavare all’agricoltura meno di un ettaro di terreno.
La vicina contrada Schiavone, indica che vi si acquartierò in quel frangente l’esercito arabo, costituito in prevalenza da mercenari schiavoni, ossia croati e dalmati.
Secondo l’antica tradizione orale di vecchi viventi ancora negli anni 80 del 900, di ambedue i paesi (Bruzzano e Ferruzzano), parte della popolazione si spostò allora sulla rocca Armenia ( sulla parete di un grosso muro a sacco era stata incisa sulla muratura fresca la data di edificazione - CMLXXXX…(non si legge l’ultima cifra) - e parte sulla collina dove sorge il borgo abbandonato di Ferruzzano, dove forse sorgeva Roseto, secondo l’ipotesi di Francesco Nucera, nella sua opera, Rovine di Calabria.
Anche il nuovo abitato nato sulla collina di Ferruzzano si chiamò Bruzzano, come in seguito riportano gli Atti della Cancelleria Angioina, mentre una terza località, Torre Bruzzano, sorgeva in una località non definita, nei pressi del promontorio dello Zefirio.
Il nome di Bruzzano per definire il borgo è misterioso, in quanto ricorda i bretti o bruzi, che non avevano mai raggiunto con le loro incursioni nel IV e III secolo a.C. il territorio dello stato locrese, partendo dalle loro basi nell’attuale cosentino, a sud della città stessa, per cui si può ipotizzare che contingenti di bretti si fossero spostati in tali località al tempo delle guerre di Annibale, che ebbe come alleati fedelissimi, proprio i bretti o bruzi.
Secondo Gerard Rholfs il nome deriverebbe dalla presenza di una villa rustica romana, appartenente alla famiglia dei Bruto in un periodo non definito della dominazione romana.
Nell’estate del 952 d.C., Al-Hasan emiro di Sicilia portò guerra in Calabria e devastò Petracucca e poi una ricca comunità, denominata Roseto, posta tra Capo Spartivento e Capo Bruzzano; i prigionieri catturati nelle due località furono mandati in Sicilia ed in Africa. (5)
Tutti i borghi della Calabria, così vicina alla Sicilia, dominata dagli arabi, subirono ricorrentemente il martirio degli attacchi degli stessi con conseguenti deportazioni e massacri.
L’arrivo dei normanni e poi degli angioini
Tale situazione cambiò completamente quando i normanni, guidati da Roberto il Guiscardo, assieme al fratello Ruggero, completò la conquista dell’Italia meridionale, strappata ai bizantini con la caduta di Reggio nel 1060 e la conquista della Sicilia, sottratta definitivamente agli arabi, nel 1091.
Tutte le comunità vissero in sicurezza e progredirono durante il periodo normanno-svevo, ma dopo la morte di Federico II di Svevia il papato invitò i francesi di Carlo d’Angiò ad occupare il regno dei normanni e ciò avvenne dopo la sconfitta di Manfredi a Benevento nel 1266.
Infatti dopo la conquista del regno dei normanno-svevi la ricca baronia normanna di Bruzzano fu smembrata e divisa in tre parti.
Una parte fu assegnata prima ad Egidio Appard, costituita da Vetus Bruzzano con 882 abitanti (l’attuale Rocca Armenia ora abbandonata), dal Comitatus Bruzzani con 427 abitanti e dal casale di Pozzano con 369 abitanti, poi a Gualtiero Appard di Bevagna che la cedette al regio demanio, per cui il 20 maggio del 1274 fu assegnata a Giovanni De Brayda di Alba, che era stato giustiziere nella terra di Otranto.
Un’altra parte dell’ex baronia normanna, ossia Policore con 782 abitanti, (Samo attuale con il territorio di Sant’Agata) fu assegnata a Filippo Balderi o Baldello che ne divenne il signore.
L’ultima terza parte fu assegnata a Pietro Ruffo con un altro insediamento chiamato Bruzzano, l’attuale Ferruzzano Superiore, il borgo abbandonato, con Torre Bruzzano, per complessivi 1175 abitanti.
Come si può dedurre l’antica baronia normanna di Bruzzano, dopo la conquista angioina contava 3635 abitanti, mentre nello stesso periodo Reggio contava 4368, Bova 1806, Amendolea 2244, Bovalino 618, Gerace 2091, Grotteria 2605, Castelvetere (Caulonia) 1908, Stilo 2333. (6)
La dominazione angioina determinò quindi la decadenza dei territori che avevano costituito la prospera baronia normanna di Bruzzano, che addirittura aveva un’importante area portuale forse naturale, infatti il toponimo Calanello, dove sorge l’attuale Ferruzzano Marina, significa piccola Cala, ossia baia protetta dai venti (ar. Kalla, luogo protetto dai venti).
Sappiamo ciò da una disposizione del principe di Salerno al giustiziere di Calabria del 1276 per i baroni che avevano feudi sul mare, a non esercitare commerci marittimi e avendo porti a non esercitare commerci in genere, senza l’autorizzazione regia.
Replicò il giustiziere, fornendo l’elenco dei feudatari che avevano dei porti e fra questi figurano Giovanni De Brayda di Alba, signore della Terra Vecchia di Bruzzano e Pietro Ruffo conte di Bruzzano (Ferruzzano) e di Bovalino, che era munito di una superfortezza (una delle 23 di tutta la Calabria) fatta costruire da Federico II di Svevia.
Bruzzano Vetus (o Terra Vecchia di Bruzzano) aveva il suo porto a Ferruzzano Marina, dove prima della costruzione della ferrovia si sviluppava una baia che s’incuneava nella terraferma per circa 500 metri protetta dalle alture attorno.
La sua giurisdizione andava sulla costa da Capo Bruzzano a San Niceto (il castello di Motta Sant’Aniceto era collocato e lo è ancora nel comune di Motta S. Giovanni); ad esso sovraintendevano Tommaso Baldino ed Eugenio di San Niceto.
Pietro Ruffo, conte di Bovalino, aveva il suo porto a Bovalino stesso e la sua giurisdizione arrivava a sud al confine con il territorio di Bruzzano Vetere; ad esso sovraintendevano Palmerio di Teti e Lucio Accafi di Bovalino. (7)
Nel porto di Bruzzano nel 1284, dal cinque al dieci agosto, si fermò il re Carlo D’Angiò che preparava un attacco agli aragonesi di Sicilia, in seguito alla guerra dei Vespri e nel 1996, emersero dalla spiaggia erosa, a Ferruzzano Marina, a ridosso di Capo Bruzzano, in seguito ad una violenta mareggiata, decine e decine di sfere di pietre; erano forse dei proiettili per macchine di guerra da utilizzare in Sicilia da Carlo D’Angiò o erano sfere per catapulte del periodo romano?
All’atto dell’insediamento Giovanni De Brayda chiese al re l’autorizzazione per costruire un castello, dato che ne era sprovvisto e gli fu concessa, però a spese dei sudditi e l’assenso arrivò tramite il giustiziere di Calabria. (8)
La seconda Bruzzano (Ferruzzano) non ebbe un castello in quanto ne era feudatario Pietro Ruffo, conte di Bovalino, che possedeva una formidabile fortezza, ma probabilmente un’area incastellata sarà stata presente a Torre Bruzzano, che probabilmente sorgeva su Capo Bruzzano.
A partire dal 1313 anche Bruzzano Vetere passò ai Ruffo e ne condivise le vicende che certamente non furono esaltanti, mentre ad un certo punto il borgo localizzato sull’altura dove sorge il borgo abbandonato di Ferruzzano, cominciò a cambiare nome ed invece di chiamarsi ancora Bruzzano, cominciò ad essere denominato Ferruzzano.
Secondo Rholfs, esperto anche di storia calabrese, il nome derivava da Bruzzano che ad un certo punto divenne Fruzzano e poi alla fine Ferruzzano, invece Francesco Nucera nella sua opera fa derivare il nome da Peribruzzano, dove la preposizione greca perì, che poi divenne ferì, significa presso, quindi villaggio nei pressi di Bruzzano. (9)
A partire dal 1313 Ferruzzano seguì le sorti di Bruzzano, che fu assegnata a varie casate, fino a quando nel 1674 divenne duca Giuseppe Carafa, figlio di Vincenzo, nipote di Fabrizio, primo principe di Roccella.
I Carafa furono duchi di Bruzzano fino alle leggi eversive della feudalità, promulgate da Giuseppe Bonaparte nell’agosto del 1806.

Gli Angioini governarono il Regno di Napoli fino al 1443, quando Alfonso V D’Aragona il Magnanimo s’impadronì del regno con il nome di Alfonso I.
Gli aragonesi governarono discretamente il regno che cominciò a risollevarsi, ma nel 1494 cercò d’impadronirsi del Regno di Napoli, di cui fu re nel 1495, Carlo VIII re di Francia, sostituendosi agli aragonesi, che chiesero aiuto ai reali di Spagna.
Iniziarono una serie di guerre che si conclusero verso la metà del 500, ma nel 1504 il regno di Napoli passò alla Spagna che iniziò a mal governare.
I riflessi negativi si ebbero anche in Calabria, dove nel 1511 iniziarono a manifestarsi i primi attacchi dei corsari turchi, che devastarono Reggio per tre giorni e fu l’inizio di un martirio senza fine che funestò tutte le comunità anche quelle lontane dal mare e naturalmente anche Bruzzano con i suoi casali (frazioni, tra cui Ferruzzano) subì un tracollo demografico.
Infatti Bruzzano nel 1532 fu tassato per 117 fuochi (un fuoco corrispondeva a 5 persone), 585 abitanti circa, ma la punta più bassa si ebbe nel 1595, quando i fuochi furono appena 45 (quindi 225 persone per Bruzzano e i suoi casali, Ferruzzano, Motticella, S. Salvatore poi Casalnuovo d’Africo ecc.
I turchi arrivavano all’improvviso ed attaccavano gli abitati, rubando, uccidendo e portandosi via gli uomini validi, i giovani, uccidendo gli inabili e i bambini nati da poco; tutti venivano avviati e venduti nei mercati degli schiavi; le fanciulle più belle andavano a finire negli harem.
In tali situazioni ogni attività venne a cessare o ad essere delimitata di molto, per cui vennero organizzate delle truppe mobili per contrastare il fenomeno e furono costruite le torri cavallare, ossia amministrate da uomini a cavallo, che quando avvistavano una nave in arrivo, la segnalavano con il fumo e poi con i loro cavalli andavano ad avvisare dell’arrivo dei pirati turchi.
In tale contesto di degrado e di pericolo, il papa Pio V organizzò una Santa Lega a cui presero parte la Spagna, l’Austria, il Ducato di Savoia, la Repubblica di Genova, di Venezia, Malta, il Granducato di Toscana, Lucca, Mantova, Urbino, Ferrara.
La flotta cristiana formata da 220 unità ebbe a disposizione 70.000 combattenti, mentre quella turca disponeva di 88.000 combattenti e di trecento unità.
Il 7 ottobre 1571 si ebbe lo scontro a Lepanto, a sud ovest della penisola del Peloponneso nello Ionio, dopo che una parte della flotta cristiana, partita dal porto di Messina, sostò nelle acque di Capo Spartivento; in relazione al numero dei combattenti cristiani, i calabresi furono duemila.
I cristiani ebbero 7500 caduti e i calabresi, che si batterono come leoni, ebbero 600 morti sul totale di circa 70.000 combattenti; i calabresi furono tra quelli che circondarono la nave ammiraglia della flotta turca e decapitarono il comandante in capo Mehemet Alì; i turchi ebbero circa 30.000 morti e persero la maggior parte delle navi. (10)
Ovunque negli stati cristiani ci fu giubilo e a Staiti una chiesa fu dedicata a Santa Maria della Vittoria, mentre venne eretta a Ferruzzano la chiesa del Rosario che fu inghiottita da una frana tra la fine del 700 e ai primi anni dell’800.
Nonostante ciò, ricostituita la flotta, anche per opera di un rinnegato calabrese Giovan Dionigi Galeni, originario di Isola Capo Rizzuto, detto Ulug Alì (Ucciallì), a cui è dedicata una tomba monumentale in un cimitero di Istanbul, nel 1574 i turchi ricominciarono con le scorrerie. Nel 1581 venne incendiato Bovalino. Nel 1594 Scipione Cicala, rinnegato messinese, devastò Reggio, Bianco, Bovalino, Condoianni, S. Nicola e Ardore.
L’8 settembre dello stesso anno, Cicala attaccò Caulonia, ma aveva organizzato la difesa, anche con tutta la popolazione civile, Fabrizio Carafa, principe di Roccella che fece accogliere con una nutrita scarica di archibugi i turchi che lasciarono sul terreno circa duecento morti e si diedero alla fuga.
Nel 1612 Bianco respinse con successo un attacco turco e nel 1622, in ricordo dell’evento, con il concorso di tutti i paesi vicini, fu fondato il convento del Crocefisso.
Il 21 giugno del 1638 i turchi sbarcarono sulla spiaggia di Brancaleone, devastando tutto il territorio circostante ed allora Vincenzo Carafa, duca di Bruzzano e principe di Roccella, si ritirò a Staiti e diede ordine a tutti i cittadini di retrocedere all’interno di almeno dieci km, portandosi dietro i beni mobili. (11)
Gli attacchi nei periodi successivi divennero meno frequenti, grazie alle migliorate organizzazioni difensive ed anche perché la forza espansiva dell’impero turco era cessata, contenuta dalle forze in crescita dell’impero austriaco e di quello russo.
Tutta la Calabria era esausta ed anche la Terra di Bruzzano con i suoi casali era ridotta in una landa senza prospettive, per cui nel censimento del 1669 vengono annotati solo 47 fuochi, ossia 235 abitanti, e nel documento 173 dell’Archivio Segreto del Vaticano si legge in riferimento a Ferruzzano: “tale territorio è sotto la pertinenza e la giurisdizione di Bruzzano, ha una chiesa parrocchiale con il suo economo. Gli abitanti in tutto sono 112 e di essi 10 hanno assunto il sacramento della Comunione”. Per un altro casale, forse Motticella, si legge in testa al documento: “In tale casale in agro di Bruzzano, vi è una chiesa parrocchiale curata da un economo. Gli abitanti in tutto sono 55 e di essi 30 hanno assunto il sacramento della Comunione”. Sommando i due dati si ottiene la somma di 167 unità, per cui Bruzzano contava solo 68 abitanti, senza mettere nel conto il numero delle persone di qualche altro casale.
La causa dello spopolamento era stata la vicinanza del porto di Bruzzano, dove arrivavano con facilità i corsari che avrebbero devastato il territorio.
Dominazione austriaca e i Borbone
La breve dominazione austriaca nel regno di Napoli (1714-1734) determinò una svolta anche se timida, anche sotto il profilo difensivo in quanto furono organizzate delle squadre navali pronte alla difesa contro gli attacchi turchi, che stazionavano nei porti di Reggio e Scilla sullo Stretto di Messina, Bagnara e Palmi sul Tirreno, Melito e Capo Bruzzano sullo Ionio.
Il dieci maggio 1734 fu incoronato re a Napoli Carlo III di Borbone, appena diciottenne ed allora cominciò la ripresa in tutto il regno ed anche in Calabria si ebbero gli effetti positivi, con la rinascita delle attività in tutti i settori.
Grazie alla sua capacità organizzativa le entrate fiscali aumentarono di molto anche perché sottomise alla tassazione anche le enormi imprese agricole appartenenti alla chiesa, servendosi del genio amministrativo del toscano Bernardo Tanucci.
Egli si distinse nel campo culturale, facendo iniziare gli scavi archeologici a Pompei, Ercolano e Stabia, curò la costruzione del Real Teatro di San Carlo, fece costruire la reggia di Portici, di Capodimonte e la straordinaria reggia di Caserta, dove rifulse l’ingegno di Vanvitelli.
Ovunque nel regno ci fu un cambio di prospettive ed anche nel territorio del ducato d Bruzzano, dove aumentò la popolazione ci fu un forte impulso all’agricoltura e all’allevamento del baco da seta.
I Caffarelli a Ferruzzano
Dopo il terremoto del 1783, che fece 35 morti a Ferruzzano, fu operativa la Cassa Sacra, nata per volontà del re Ferdinando IV di Borbone per alleviare i disagi derivati alla Calabria dal disastroso terremoto che l’aveva colpita.
Con essa dovevano essere venduti i beni della Chiesa e con i proventi recuperati bisognava far sviluppare le attività economiche del regno, con la costruzione anche delle strutture necessarie; fu un fallimento.
Nel XVIII secolo furono presenti a Ferruzzano con funzione di baroni i Caffarelli, forse d’origine romana, che ebbero a disposizione migliaia di ettari di terreni dislocati in tanti comuni, dopo la nascita di essi, dopo le leggi eversive della feudalità del due agosto 1806; infatti essi si estendevano nel Comune di Ferruzzano, Bruzzano, Staiti, Sant’Agata e Caraffa.
I più dinamici di essi furono Lorenzo e Teodoro, operativi nel XVIII e nella prima parte del XIX secolo quando investirono nello sviluppo dell’allevamento del baco da seta, nella ulivicoltura, nella viticoltura e nella cerealicoltura.
A Ferruzzano, sede della loro abituale dimora avevano costruito una filanda vicino al loro bel palazzo e in contrada Varellina, nel comune di Bruzzano, una bigattiera per l’allevamento del baco da seta e contemporaneamente attrassero nei loro latifondi artigiani e agricoltori da tanti paesi della provincia di Reggio.
Grazie a loro la comunità divenne ricca prima di tutto di abitanti, da scarsa qual era stata prima.
Ad un certo punto interruppe momentaneamente la crescita l’arrivo dei francesi sulla scia della nascita della Repubblica Partenopea del 1799, a cui rispose ben presto la reazione sanfedista del cardinale Fabrizio Ruffo, che aggregò attorno a sé anche bande di briganti e cominciò a marciare alla volta di Napoli, dove arrivò trionfalmente abbattendo la repubblica il 15 giugno 1799, riportando i Borbone sul trono.
A Ferruzzano fu sanfedista Antonio Cafari che aveva aggregato attorno a sé cento uomini, tra cui tanti briganti, che mise a disposizione del cardinale Ruffo che li utilizzò per il controllo del territorio circostante.
La controparte a Ferruzzano di Cafari fu l’abate Saverio Santacaterina, dichiaratamente giacobino e antiborbonico e dallo scontro tra i simpatizzanti dell’uno e dell’altro, ci furono tanti morti, compresa una sorella dell’abate; in attesa di tempi migliori il barone Lorenzo Maria Caffarelli si rifugiò a Palermo.
Dopo le leggi eversive dell’agosto 1806, emanate da Giuseppe Bonaparte fratello di Napoleone, al ritorno dei francesi, Ferruzzano ebbe l’autonomia amministrativa e si distaccò da Bruzzano, assieme a Casalnuovo, ex San Salvatore, divenuta frazione di Africo, che divenne comune autonomo da casale di Bova qual era prima; il primo sindaco di Ferruzzano fu il giacobino Saverio Santacaterina.
Ferruzzano continuò a progredire per via di un forte sviluppo dell’agricoltura, dove però esisteva un forte sfruttamento della manodopera, specie quando nacque una piccola classe di proprietari terrieri, mentre la funzione dei Caffarelli, continuò ad essere positiva anche con Antonio, che era stato vicino ai movimenti antiborbonici nel 1847, ma fu meno attivo di coloro che l’avevano preceduto.
Il brigantaggio postunitario vide aderire tanti soggetti di Ferruzzano al progetto antipiemontese ed alcuni morirono ed altri furono incarcerati.
Intanto l’ultimo dei Caffarelli, Lorenzo Maria, condusse una vita dissipata a Napoli per cui vendette o sottopose a censo ( i terreni venivano coltivati da proprietari di fatto, ma che pagavano un certo canone annuale o censo, al barone ) tutte le contrade ricadenti nel Comune di Caraffa, le Badie di Ferruzzano, con quelli limitrofe, nel comune di Ferruzzano, tutta la contrada Mollissi-Rosario ed altre attigue; con tale azione, crebbe la classe dei piccoli proprietari terrieri che fecero sviluppare di più l’economia del paese.
Ad un certo punto i debiti di gioco furono tanti che anche i restanti beni che erano localizzati nei comuni di Bruzzano, Sant’Agata e Staiti, furono venduti al banchiere Beck, che operava a Napoli.
Il barone si ritirò a Ferruzzano e visse l’ultima parte della sua vita in povertà con la bellissima popolana Bettina Sicari, da cui aveva avuto un figlio, Francesco Sicari, che conduceva un mulino a vento, che era appartenuto al barone, localizzato vicino al vecchio calvario; quando morì fu sepolto nella nuda terra nel cimitero che era stato costruito da poco, nella sezione dei poveri.
Inizio dell’emigrazione, idee socialiste ed anarchiche
Alla fine dell’800 ci fu una fortissima emigrazione transoceanica verso gli Stati Uniti e l’Argentina che impoverì delle risorse migliori il paese.
Intanto alla fine dell’800, un giovane avvocato, originario di Casalnuovo d’Africo, Pasquale Mollica, cominciò a diffondere le idee socialiste, mentre Peppino Morabito agli inizi del 900 cominciò a diffondere quelle anarchiche.
Quest’ultimo si dedicava ad alfabetizzare i bambini poveri e ad un certo punto, per il suo atteggiamento di disprezzo contro la ndranghita, fu sfregiato al volto.
Fu oppositore al regime fascista in seguito e fu mandato in Puglia dove morì in un ospedale militare per le percosse subite.
Agli inizi del 900 le idee socialiste ed anarchiche tenevano in fermento buona parte del paese che aveva superato i 2000 abitanti e talvolta venivano contestati i principi religiosi, tanto che l’arciprete Giustino Moio annotava che i giovani studenti che tornavano dalla città esibivano la loro indifferenza religiosa e le idee anarchiche, che la gente andava poco in chiesa, chiacchierava le poche volte che ci andava, specie durante la messa di mezzanotte, a Natale, quando i fedeli si lanciavano reciprocamente nocciole ed arance. Durante una visita pastorale, al vescovo Giorgio del Rio che minacciava le pene dell’inferno per i peccatori, il fabbro contestatore ed anarchico, Giuseppe Vallelonga residente a Bruzzano, ma originario delle Serre, detto Mastru Peppi Ricchjimuzzi, replicò che per i poveri l’inferno è questo mondo.
Mastru Peppi morì in seguito in contrada Arsenti del comune di Staiti, quando durante una pausa di lavoro per conto di altri, si era ubriacato ed era scivolato su degli arbusti appena tagliati, ma con i monconi lasciati alti, per cui si bucò la pancia, mentre attorno i compagni di lavoro, avvinazzati come lui cantavano irridenti al suo dolore, anziché trasportarlo da un medico a Bruzzano (notizie riferite negli anni 70 del 900 da Giovanni Dieni di Motticella) e lo lasciarono morire.
In tale occasione il clima si riscaldò quando un gruppo di anarchici e di socialisti, arrivati anche dai paesi vicini, offese duramente l’alto prelato con atti incivili ed indirizzò nei suoi confronti un lancio di limoni, mentre con una cavalcatura veniva portato a Brancaleone.
Egli, appena giunse fuori dal territorio del comune, in contrada Petruiapico di Bruzzano, inginocchiandosi, maledisse il paese.
Il terremoto del 23 ottobre del 1907
Da lì a poco arrivò un colpo mortale per Ferruzzano, un terremoto con epicentro sotto la collina su cui sorgeva: era il 23 ottobre 1907 alle ore 21.30, un anno prima del terremoto di Reggio e Messina e fu un disastro.
I morti accertati furono 175, senza contare quelli che morirono in seguito per le ferite riportate, e le vittime rappresentavano le migliori risorse del paese, in quanto alcuni di essi erano studenti universitari; crollarono anche i palazzi antichi, alcuni del Seicento, e la chiesa.
Intervenne lo stato che non fu capace di trovare un sito per la ricostruzione, ma furono costruite alcune case, e poi assegnate a pagamento dal comitato lombardo-piemontese, a favore dei terremotati in contrada Saccuti; fu attivissimo in tali momenti difficili il filantropo Umberto Zanotti Bianco che fondò a Ferruzzano disastrata, per conto dell’ANIMI (Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia) due asili.
E la gente andò via, tra cui le menti migliori del paese e buona parte della classe lavoratrice che emigrò negli Stati Uniti, in Argentina e Canada, mentre le famiglie benestanti si trasferirono a Reggio, Brancaleone e Bianco; solo in un giorno per gli Stati Uniti partirono 50 persone.

Dopo il terremoto, in seguito a numerosi decessi di partorienti in tutta la zona, il farmacista Giovanni Sculli, che era stato il fondatore del partito socialista in Calabria, assieme a Pietro Mancini ed altri, e l’avvocato Eugenio Misitano di Ferruzzano, assieme al dott. Vincenzo De Angelis di Brancaleone, all’ingegnere Bruno Misefari di Palizzi ed altre personalità della zona, ma guidati dal dott. Tiberio Evoli di Melito, organizzarono una raccolta di fondi, anche al di fuori della Calabria, finalizzata alla creazione di un presidio sanitario a Melito nel 1909, inizialmente in una baracca; successivamente il presidio sanitario si trasformò in ospedale, presto divenuto una realtà molto importante per la ionica reggina, specie per la bravura del dott. Evoli nel risolvere positivamente i parti podalici.
Il dott. Evoli aveva fondato nel 1907 il Centro Antimalarico Calabrese, fu collaboratore dell’Animi (Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia) ed operò sul territorio in collaborazione con il filantropo Umberto Zanotti Bianco, specie per la creazione di asili infantili, e si batté attivamente contro l’analfabetismo; nel 1919 fu eletto deputato nelle liste socialiste.
Manifestazioni pacifiste
Agli inizi del 1915, in previsione dell’entrata in guerra dell’Italia, tutta la popolazione di Ferruzzano, guidata dal farmacista Giovanni Sculli, dall’avvocato pacifista Eugenio Misitano, socialisti, e dall’anarchico Peppino Morabito, manifestò per quattro domeniche consecutive contro la guerra; l’ultima domenica diedero l’assalto al comune, incendiandolo e scontrandosi con le forze dell’ordine; gli arrestati furono 19 e per alcuni giorni fu data la caccia a 100 persone latitanti. (12)
Intanto la guerra arrivò e già il 25 maggio del 1915, secondo giorno di guerra, Ferruzzano ebbe il primo caduto con Giovanni Gullace, che si espose per mettere in salvo il suo capitano ferito, mentre morì in seguito sul fronte anche il pacifista avv. Eugenio Misitano che si era battuto contro la guerra.
Finita la guerra, i reduci si ritrovarono con tanta rabbia in corpo e nel territorio, e da Brancaleone a S. Ilario dello Jonio, dove si estendevano in maggioranza i latifondi dei Carafa, principi di Roccella, cominciarono a manifestare i braccianti senza terra, a cui il governo aveva promesso la divisione dei beni dei Carafa dopo la guerra.
E a Ferruzzano l’attenzione dei braccianti e dei contadini poveri, guidati dal farmacista Sculli, s’indirizzò verso i poderi dei Carafa, costituiti nel comune di Bianco dal latifondo di Capo Bruzzano e dalla Foresta S. Leone nel comune di Ferruzzano.
A partire dal 1918, per due anni fu costituita una cooperativa rossa, che occupò i campi del principe di Roccella e in tale contesto di lotte guidate dal farmacista Giovanni Sculli, fu richiesta ed ottenuta la fermata del treno, con stazione, nel casello ferroviario di Calanello (dove sorge ora Ferruzzano Marina), in seguito all’ostruzione dei binari.
In tale occasione l’opinione pubblica nazionale restò impressionata e la “Domenica del Corriere” rappresentò Sculli in atteggiamenti di capobrigante. (13)
I fatti di Ferruzzano contagiarono i paesi vicini: a Brancaleone i contadini e i braccianti senza terra occuparono la foresta di Jemallo e la contrada Pantano sotto la guida del medico socialista Vincenzo De Angelis; a Bianco i braccianti occuparono metà della Foresta del Capo; a Caraffa e a Sant’Agata i braccianti, guidati da Peppino Lombardo, Rocco Callipari e Salvatore Cupido, occuparono la foresta di Stoli; a Casignana, successivamente, nel 1922, Pasquale Micchia tentò, cadendo sotto il fuoco dei carabinieri, di mantenere per i braccianti reduci dalla guerra la foresta di Callistro occupata.
Spagnola e malaria
Dopo la prima guerra mondiale l’epidemia della Spagnola colpì duramente il paese. Poi, nei primi anni venti del 900, dopo l’abbassamento di circa ottanta metri di tutta la contrada Gurni, si formò un grande acquitrino che provocò decine di morti per malaria. In tale occasione la gente restò sola, aiutata solo dall’attivismo di Zanotti Bianco e del farmacista Sculli, che sollecitò interventi che portarono al prosciugamento della palude con la creazione di un canale di sfogo in località Martisi. Tale situazione incoraggiò ancora di più l’emigrazione, specie verso gli Stati Uniti.
L’attivismo dei contadini di Ferruzzano continuò. Nel 1921 avevano eletto come sindaco socialista Giuseppe Sculli, fratello di Giovanni Sculli che, richiesto dal prefetto fascista di Reggio (era avvenuta la Marcia su Roma del 28 ottobre del 1922), se nelle aule scolastiche e nel municipio fosse esposto il Cristo in croce, rispose in tali termini: “Assicuro che non solo nelle aule scolastiche e nella sala del municipio, ma tutti questi poveri tuguri, rigurgitano di poveri cristi in croce”.
Era l’aprile del 1923 e l’amministrazione fu sciolta in seguito a tale risposta.

Intanto a partire dal 1922 fu parroco don Letterio Raschillà di Mammola, che cercava di convincere in maniera decisa la gente a frequentare la chiesa, che avrebbe avuto la funzione di migliorarla. La durezza degli atteggiamenti del parroco inasprì gli animi dei fedeli, anzi piuttosto delle donne, in quanto partecipavano alla sacra messa pochi uomini, che cominciarono ad indirizzarsi verso il movimento evangelico che aveva fatto la comparsa sul territorio.
Infatti già alla fine dell’Ottocento il predicatore italo-americano Scali arrivò a Bruzzano e cominciò a diffondere la Bibbia gratuitamente nei paesi vicini (testimonianze del defunto Bruno Cidoni), riuscendo a creare un nucleo di convertiti in contrada Badia di Caraffa, dove veniva celebrato il culto nella casa della famiglia Maisano, mentre talvolta il gruppo di preghiera si riuniva nella contrada Badia di Ferruzzano, ricadente nel comune di Caraffa del Bianco, nella casa della famiglia Baldassarre.
In seguito la famiglia Maisano emigrò in Australia e di essa Giuseppe sposò,Rosa Laguda di Ferruzzano, figlia di Vincenzo, e assieme contribuirono a diffondere il movimento pentecostale a Melbourne tra la gente di Ferruzzano.
Scali partiva da Bruzzano e raggiungeva nel comune di Caraffa, a piedi, il luogo della preghiera dopo più di due ore di marcia, ma prima di andare via aveva creato un nucleo di convertiti che rimase tale e fu di esempio in seguito ai cittadini di Ferruzzano.
Nel 1914 arrivò a Ferruzzano il predicatore Giacomo Lombardi e cominciò la sua opera di conversione che coinvolse fra gli altri i coniugi Mezzatesta, Rocco ed Ippolita, ed alcuni componenti della famiglia Falduto.
La decisione di alcune fedeli di abbandonare la chiesa cattolica portò don Letterio ad usare parole forti contro di loro e predicando per alcune domeniche apostrofò le donne con il termine di prostitute, che loro non comprendevano. Ma una domenica lo studente Vincenzo Focà sentì la predica e spiegò il significato del termine.
E successe il putiferio in quanto buona parte degli uomini, specie i ndranghitisti, meditarono di fargliela pagare: durante la celebrazione della messa, nelle festività natalizie del 1925, la chiesa fu invasa da un gruppo che si indirizzò minacciosamente verso l’altare e a questo punto il parroco estrasse una pistola e lo fermò.
Don Gennaro Marando, fervente cattolico e fascista sin dalla nascita del movimento politico creato da Mussolini e accusava il podestà Antonino Pezzimenti di essere troppo indulgente e laico nell’amministrare il suo potere, informò dettagliatamente con lettere riservate le autorità.
Aggiungeva inoltre, che dietro la contestazione nei riguardi di don Letterio c’era lo zampino di Sculli, che aveva conosciuto Mussolini quando era direttore dell’Avanti, il quotidiano del Partito Socialista, e che organizzava ricorrentemente manifestazioni antifasciste nel paese, festeggiando provocatoriamente il primo maggio, e che, seguendo il rituale fascista, aveva fatto purgare con un’abbondantissima porzione di olio di ricino Ezzelino Scordo, fascista della prima ora e nipote di Antonino Scordo.
Era troppo per il regime ed una notte del 1926 un nucleo consistente di carabinieri guidati da un tenente, invase il paese e prelevò dalle loro case più di sessanta affiliati alla ‘ndranghita, che furono radunati in piazza, solo vestiti dei mutandoni lunghi fino ai piedi e cominciò ad incatenarli per portarli a piedi fino alla stazione ferroviaria più vicina.
L’intenzione del tenente era quella di tradurli al carcere di Locri, per maggiore umiliazione, solo con quegli indumenti intimi, ma fu svegliato dal frastuono il colonnello Giuseppe Sculli, era allora un giovane capitano del regio esercito (aveva 31 anni): egli intervenne ed impose al tenente dei carabinieri, a lui inferiore di grado, che gli arrestati si potessero vestire adeguatamente.
Furono tutti incatenati e a piedi (esisteva solo una mulattiera e soltanto nel 1929 fu iniziata la costruzione della strada di collegamento con il paese) raggiunsero la stazione ferroviaria di Ferruzzano, dove un treno li portò a Locri. Qui in seguito furono processati e molti furono condannati per associazione a delinquere. Il farmacista Giovanni Sculli fu mandato al confino per alcuni anni.
Don Letterio, la famiglia Scordo e Gennaro Marando, avevano vinto una battaglia. La guerra personale di Letterio Raschillà continuava contro i pentecostali (evangelisti), quando nel 1929 arrivò a Ferruzzano Giuseppe Costa che cominciò la sua opera di rafforzamento della piccola comunità evangelica esistente, ricalcando le orme del predicatore Scali che alla fine dell’800 aveva fatto proselitismo religioso con la diffusione gratuita di Bibbie, e di Giacomo Lombardi che nel 1914 aveva buttato le basi della futura chiesa pentecostale di Ferruzzano e Bruzzano.
La predicazione di Costa produsse un forte effetto sulla popolazione e si sviluppò una numerosa comunità pentecostale e don Letterio comunicava la sua contrarietà al vescovo di Gerace G. Battista Chiappe, informandolo che i convertiti con “la eresia dei tremolanti e dei pentecostini si sono battezzati nella fiumara La Verde”.
Addirittura, della nascita di una comunità pentecostale furono informate le più alte autorità vaticane: attraverso il Prefetto della Sacra Congregazione del Concilio, il cardinale G. Serafini con la nota n° 218/35 del 14/02/1935, comunicava al monsignore G. Chiappe, vescovo di Gerace, la seguente informativa: “Eccellenza Rev.ma, è stato riferito a questa S. Congregazione che nei comuni di Bruzzano e Ferruzzano di codesta diocesi si è affermata la setta pentecostale che fa poi tentativi di penetrazione nei paesi di Brancaleone e di Staiti nella diocesi di Bova. Voglia pertanto l’Ecc. V. Rev.ma dirmi quanto ciò vi sia di vero e, in caso affermativo, indicarmi le cause che hanno favorito l’affermazione dei protestanti in detti paesi e quali provvedimenti siano stati adottati o potrebbero suggerire per evitare tanti mali”. (14)
I provvedimenti furono adottati dalle autorità di polizia che impedirono la preghiera dei convertiti. Per poterlo fare, essi si recavano di notte a pregare nella casa della famiglia Di Bartolo in contrada Carruso ma, scoperti, furono attaccati e malmenati da una squadra di cattolici guidati da Don Letterio, che chiaramente era poco solidale con i poveri, ma vicino agli interessi dei benestanti.
Per fare un esempio, una povera donna sola, costretta dalla fame, aveva rubato di notte una certa quantità di fronde di gelso da due piante della famiglia di Antonino Scordo e le aveva vendute per qualche spicciolo ad un tizio che allevava il baco da seta. La donna, presa dal rimorso, confessò il suo peccato a don Letterio che prontamente riferì il fatto ad Antonino Scordo; egli immediatamente denunciò la poveretta che, non avendo la possibilità di pagare il danno, fu condannata al risarcimento con dieci giornate di lavoro gratuito.
Per poter pregare, i pentecostali si riunivano di notte nel bosco di Rudina, cambiando posto di volta in volta e predisponendo una vedetta che li potesse avvisare nel caso dell’arrivo delle forze dell’ordine, oppure nel casolare di qualche convertito nel comune di Ferruzzano o di Caraffa del Bianco.
In aggiunta, durante la processione per i festeggiamenti di San Giuseppe, don Letterio invitava la guardia municipale Domenico Callipari a costringere gli evangelici a prostrarsi di fronte alla statua del santo. Ed essi, per evitare tale atto d’idolatria, il giorno della processione si nascondevano in campagna.
Nonostante tutto, il movimento religioso pentecostale guidato da Giuseppe Costa continuava ad espandersi anche nei paesi vicini, con la disputa tra Don Letterio che accusava il predicatore di essere seguace di Belzebù e Costa che replicava di mettere in pratica la parola di Dio. Ma il 23 marzo 1934 egli fu arrestato e processato per direttissima dal pretore di Staiti e allontanato da Ferruzzano; altri convertiti furono processati nel 1936 a Staiti e Locri. (15)
Tra i convertiti ci fu anche il professore di matematica Francesco Gullace che da ateo aveva voluto partecipare in maniera irridente ad una preghiera e ad un certo punto fu apostrofato dal predicatore di turno Paolo Nucera, analfabeta, che l’accusò di aver voluto sfidare la parola di Dio.
Dopo qualche giorno il professore si convertì quando lesse che le parole di Nucera erano presenti tali e quali in un passo del Nuovo Testamento. Inoltre era rimasto stupito dal fatto che il predicatore analfabeta avesse usato correttamente i congiuntivi ed addirittura la legge dell’anteriorità.
Il movimento pentecostale crebbe e superò il numero di 200 convertiti. Ma ad un certo punto esso si divise in quanto una sezione più radicale, guidata da Domenico Gullace e costituita di circa cinquanta elementi, impose ai convertiti la castità assoluta ed il rifiuto del matrimonio, in quanto la fine del mondo era vicina e non era giusto mettere al mondo dei bambini.
Il gruppo eseguì alla lettera il principio di Gullace, visse in comunità di beni e non patì la fame della II guerra mondiale e del dopoguerra, rifiutando i doni in alimenti e in abiti che venivano dalla chiesa madre americana, ma di conseguenza si estinse.

Nel 1949 il caso di Umberto Bonfà, falegname originario di Sant’Agata, ma sposato a Ferruzzano con Teresa Pulitanò, convertito da poco e pervaso da un forte sentimento religioso, rappresentò un miracolo per la nascita del movimento evangelico ad Africo Vecchio.
Un giorno egli partì per andare a piedi a Sant’Agata dai suoi parenti, come faceva ogni settimana, ma anziché attraversare la fiumara La Verde, spinto da una forza incontrollabile prese la via delle montagne: raggiunse prima la cima di monte Scapparrone e poi ridiscese sul versante opposto al mare, continuando la sua marcia.
Stava scendendo il buio della sera ed allora s’inginocchiò e pregò e subito gli apparve una donna con un orcio pieno d’acqua sulla testa, che lo informò che era ormai alle porte di Africo.
Quando giunse al paese era ormai buio e bussò alla prima porta, così a caso: gli aprì un uomo con una lumiera accesa in una mano e con un fucile nell’altra, che subito l’abbracciò riconoscendolo, perché spesso andava a Ferruzzano a vendere noci e castagne.
Egli spesso aveva ascoltato gli interventi di Umberto Bonfà durante le preghiere dei pentecostali ed allora un senso di pace s’impadroniva della sua anima. Proprio quella mattina, prima delle luci dell’alba, angosciato da vari problemi, misteriosamente aveva pregato, chiedendo a Dio di mandargli ad Africo mastro Umberto.
La moglie preparò subito la cena e al mattino assieme ripulirono la stalla attigua alla casa ed invitarono delle persone a pregare assieme in quell’umile posto. Subito ci fu una grande partecipazione, impreziosita da tanti bambini, che furono i primi ad apprendere ed intonare il canto evangelico “Io sono un agnellino”; assisteva alle preghiere anche il comandante della stazione dei carabinieri.
Si convertì anche la moglie di un latitante che, avendolo saputo, volle conoscere il predicatore ammonendolo di non rivelare il posto dell’incontro al brigadiere ed una sera durante la preghiera egli comparve con il fucile e la cartucciera a tracolla e subito buttò l’arma a terra e s’inginocchiò a pregare.
Arrivò anche il brigadiere che non l’arrestò ma l’invitò a presentarsi in caserma il giorno dopo; in seguito fu processato e prosciolto in quanto era accusato non giustamente per reati non consumati.
Per le strade mastro Umberto era salutato con “la pace del Signore” mentre dai bambini con il canto “Io sono un agnellino”.
Terribile fu la reazione del parroco del tempo (Don Stilo?) che attaccava con contumelie il predicatore e lo denunciò, ma il brigadiere gli fece presente che non era possibile denunciare un individuo che parlava di amore per il prossimo e per Dio. In due settimane i convertiti furono 77 sui mille abitanti che contava Africo.
Intanto la moglie di Umberto si apprestava a vestirsi a lutto assieme a suoi parenti, considerandolo morto, quando una sera, accompagnato da un gruppo di africoti, vide arrivare il marito che assieme agli altri in giubilo intonava canti evangelici; gli accompagnatori costituirono il primo nucleo della chiesa evangelica di Africo ed il primo pastore fu Leo Stilo il “Monachello”.
Ben presto ritornò assieme al giovane Giuseppe Pezzimenti, che ha dato notizie sul movimento pentecostale sviluppatosi a Ferruzzano, per continuare l’opera di conversione e successivamente vi si recarono Stefano Laguda, Bruno Cidoni, Rocco Panetta e Paolo Nucera.
Intanto tra i convertiti da Giuseppe Costa negli anni Trenta c’era stata Vincenza Pezzimenti che nel 1946 emigrò negli Stati Uniti, dove frequentò “l’Assemblea Pentecostale di Dio“ e diventò attivissima nel fare proselitismo religioso. La donna ebbe sempre a cuore le comunità che aveva lasciato in Italia, specie quella di Ferruzzano, ma anche quella di Africo, su cui i convertiti di Ferruzzano avevano fatto opera di convincimento con successo; il 13 marzo 1952 spedì 5 pacchi e 100 dollari (uno stipendio all’epoca era meno di 30 mila lire al mese) per i “cari “ di Africo.
Essa organizzò la raccolta fondi in America e la spedizione di pacchi dono in Calabria e seguiva con trepidazione l’evoluzione dei “fratelli in fede” in Calabria, rattristandosi quando qualcuno deviava, come quando seppe che la “sorella” Francesca Criaco di Africo non frequentava più la chiesa. (16)
Nel 1951 giunse a Ferruzzano Francesco Toppi, nipote di Umberto Gorietti, il primo presidente dell’Assemblea di Dio in Italia, che continuò l’opera di diffusione del movimento pentecostale in Calabria; egli aveva seguito gli studi biblici in Inghilterra e prima di raggiungere Ferruzzano si era recato a Casabona nell’attuale provincia di Crotone.
Tentò di ricucire senza successo la divisione degli evangelici a Ferruzzano, ma smise il tentativo quando si accorse che Domenico Gullace era egoista ed egocentrico.
Infatti in seguito, quando fu vicino alla morte, diede ordine ai suoi seguaci di non unirsi all’altro gruppo ormai maggioritario; essi, non avendo una guida, si astennero dalle preghiere.
Toppi visitò la comunità in crescita ad Africo Vecchio e successivamente si recò svariate volte anche ad Africo Nuovo, mentre ricorrentemente veniva a Ferruzzano, dove amava diffondere il suo messaggio spirituale anche in predicazioni improvvisate.
Diverse volte fu accompagnato nelle comunità evangeliche di Calabria, da Roberto Bracco, pastore della chiesa di Roma.
Gli “americani” ritornano al paese
Il periodo del fascismo non era stato facile, in quanto il regime aveva bloccato l’emigrazione e si poteva emigrare solo nelle colonie italiane, costituite da Eritrea, Somalia, Libia e, dopo il 1936, dall’Etiopia.
Ciò non era stimolante, tanto più che arrivavano dei pacchi dagli Stati Uniti dai vecchi emigrati ai parenti intrappolati nel paese con tanti oggetti allettanti.
Talvolta arrivavano per breve periodo gli “americani” ossia gli emigrati negli Stati Uniti prima dell’avvento del fascismo, ormai cittadini del paese che li ospitava.
Essi erano vestiti in maniera sgargiante, con cappello alla Borsalino e con cravatta, e mangiavano, bevevano ed offrivano, senza mai lavorare per tutto il periodo della loro permanenza in paese.
Ciò faceva ancor di più soffrire i giovani che volevano espatriare. Tentavano di tutto per scappare, ma ciò non era facile, in quanto era difficoltoso persino spostarsi all’interno dell’Italia.
Alcuni tentarono di entrare nel territorio francese, arrivando in Sardegna e poi in Corsica clandestinamente, ma a questo punto li aspettava solo la Legione Straniera, la sezione dell’esercito francese costituita da stranieri, spesso criminali in fuga dai loro paesi ed utilizzati nelle colonie francesi d’Africa e d’Asia come strumento di repressione contro i movimenti indipendentisti.
A Ferruzzano ci fu il caso di alcuni elementi che vollero “evadere” dall’Italia fascista e tra questi ricordiamo Peppino Versace che dalla Sardegna entrò in Corsica e fu arruolato nella Legione Straniera, per cui per anni fu utilizzato in operazioni militari nel Magreb allora francese (Marocco ed Algeria).

Tra gli emigrati, nel 1923 ci fu Giuseppe Zangara, che da adolescente era stato affascinato dalle idee anarchiche diffuse da Peppino Morabito a Ferruzzano e dall’ingegnere Bruno Misefari di Palizzi; egli era stato in amicizia addirittura con Pia Tonolli, la moglie di Misefari.
Egli, prima della partenza per l’America era visitato misteriosamente nella casa in campagna dove era nato, a Ferruzzano, da strane persone, giudicate da quelli che li vedevano come ‘ndranghitisti, ma stranamente erano vestiti elegantemente (testimonianza del defunto Domenico Bono) e ciò ancor di più insospettiva: erano anarchici?
Giunto in America, risiedette prevalentemente nel New Jersey ad Hachensack, ma nell’ultimo periodo della sua vita dimorò a Miami in Florida, da cui agli inizi del 1933 si spostò per recarsi a Petterson nel circolo degli anarchici italo-americani nel New Jersey, che nel 1933 decise di uccidere il presidente degli Stati Uniti per vendicare Sacco e Vanzetti, i due anarchici condannati a morte da innocenti.
Tirando a sorte, tra i frequentatori più fidati del circolo il nome dell’attentatore, la sorte toccò a Zangara.
In tale occasione volle andare a visitare il suo amico d’infanzia e vicino di casa a Ferruzzano, Sculli Domenico Antonio, con cui cominciò a parlare delle vicende del paese, ma ad un certo punto egli deviò su concetti politici che interessavano poco al suo amico. Gli parlò del farmacista Sculli che aveva ammirato per il suo impegno politico, ma di cui criticava il fatto che avesse avuto dei figli al di fuori del matrimonio e non li avesse riconosciuti.
Fondamentalmente gli parlò dell’idea che bisognava arrivare ad una società dove tutti fossero uguali, nei diritti e nei doveri, e il suo amico gli mostrò la mano dicendogli: “Ciò è impossibile, perché neppure le dita di una mano sono uguali”.
E Zangara gli rispose sprezzante: “Della tua mano ho notato i segni dello sfruttamento in quanto le tue dita per il lavoro faticosissimo sono diventate più grosse di un manico di roncola. Ricordati che quando tu morrai, presto sarai dimenticato, mentre io vivrò nella memoria di molti per tanto tempo!”
Egli cominciò a seguire gli spostamenti del presidente appena eletto, ma non ancora in carica, Franklin D. Roosevelt, e l’occasione per l’attentato gli capitò il 15 febbraio del 1933 a Miami in Florida: mentre il presidente designato stava pronunciando un discorso in Bayfront Park, egli si avvicinò al palco del presidente stesso e cominciò a sparare.
Una donna che gli era vicino, Lilian Cross, lo colpì al braccio e i colpi deviati ferirono a morte il sindaco di Chicago, Cermack, che spirò dopo giorni di agonia.
Condannato alla sedia elettrica, la sua esecuzione avvenne il 20 marzo del 1933 e prima dell’esecuzione rifiutò il conforto religioso di un cappellano, dicendogli: “Dio, se c’è, perché fa soffrire i poveri?”
Prima dell’atto finale urlò: ”Viva l’Italia e tutti i poveri del mondo!”
Il paese “arrampicato nel cielo” muore
Alla fine della guerra Ferruzzano e dintorni furono funestati dalla banda di Giuseppe Diodino di Ferruzzano e di Giuseppe Pizzata di Casignana.
La gente, però, alla fine degli anni 40 del Novecento ebbe possibilità di scegliere il suo futuro da vivere in mondi più fortunati, nonostante ci fossero stati tentativi di migliorare le condizioni da parte di qualche imprenditore. Addirittura fu aperto un cinema gestito dall’insegnante Marino e da suo figlio ancora bambino, il bel Ginetto, il futuro e bravo medico ucciso dalla mafia a Locri nel 1988.
Dalla fine degli anni 40 gli inizi degli anni 60, la gente ebbe la possibilità di andar via e ci fu una fuga inarrestabile: novecento persone emigrarono in Australia, circa duecento in Argentina, circa cinquecento negli Stati Uniti, qualche centinaio in Canada, poche centinaia nel centro-nord Italia e in altri paesi dell’Europa.
A questo punto il paese “arrampicato nel cielo“ (da una poesia di Francesca Sculli) fu destinato a diventare un paese fantasma, mentre poche centinaia di persone vivono ora a Ferruzzano Marina, una comunità ancora senza identità.
Note e bibliografia
1) K. Muller, Geographi Graeci Minores, Paris 1885, ristampa anastatica, Hildschein 1965, pag. 207
2) Strabone, Geografia-L’Italia,VI 7, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1988
3) Polibio, Storie, libri VI 1-12, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1994
4) Michele Amari, Storia dei musulmani di Sicilia, 2° edizione a cura di Alfonso Nallino, Catania 1935, I volume, pag. 480
5) Ibidem, pagg. 283-284
6) G. Pardo, I registri angioini e la popolazione calabrese del 1276, in “Archivio Storico per le Province Napoletane“, a cura della Società di Storia Patria VII-XL-XLVI Napoli 1921, pagg. 44-45
7) P. De Brayda, Giovanni De Brayda di Alba, signore di Bruzzano Vetere in Calabria, Bene Vagienna 1932 (estratto dal “Bollettino storico bibliografico subalpino”, XXXIV, 1932, I), pag. 243
8) Ibidem pagg. 250-251
9) Francesco Nucera, Rovine di Calabria, Casa del libro editrice, Reggio Calabria 1982, pag. 186
10) Gustavo Valente, Calabria calabresi e turcheschi nei secoli della pirateria (1400-1800), Chiaravalle Centrale 1973, pagg. 119, 120, 135, 153
11) Ibidem pag. 310
12) E. Misefari, Le lotte contadine in Calabria nel periodo 1914-1922, Milano 1972, pagg. 56-57
13) Ibidem, pp 162-164
14) M. Spinella, Ferruzzano, Contributo per una ricostruzione storica, Siracusa 1996, pag. 68
15) Ibidem, pag. 69
16) Gino Gullace (a cura di), E l’America ci salverà dai nostri bisogni, ed. Mapograf, Vibo Valentia, pag. 150
Foto copertina: SharryLand
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